"Qui
si parla di me":
la proposta autobiografica nella scuola di Ivano Gamelli*
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Come ogni
insegnante, allinizio di un nuovo anno scolastico mi piace proporre
alcune attività ai miei nuovi giovani studenti ragazzini
della prima media per cominciare a conoscerli e a conoscersi.
Fra queste, quella che io chiamo dei "perché" di rodariana
memoria - consiste nel semplice invito a elencare per iscritto, senza
troppo indugiare nel pensiero, 10-20 domande "a tutto campo" alle quali
vorrebbero trovare una risposta.
La lettura condivisa che ne segue si rivela sempre occasione per riflessioni
intriganti e divertenti. Dietro i loro perché premono
frammenti della loro storia, il bisogno di dar significato a esperienza
personali di cui le stravaganti logiche e i bizzarri, non di rado sconclusionati
oggetti delle loro domande sono ora simbolo ora pretesto.
Perché la terra è rotonda Perché hanno
inventato la vernice Perché hanno messo i mercati allaperto
Perché gli elefanti hanno il naso lungo Perché
i Simpson sono gialli Perché abbiamo cinque dita (e non
sei) Perché gli uomini hanno tante fantasie Perché
viviamo in gruppetti di famiglie Perché lo spazio è
infinito Perché esistono tante materie Perché
dobbiamo mantenere il conto degli anni che abbiamo - Perché nel
mondo ci sono le religioni - Perché hanno inventato gli orologi
Perché gli uomini usano il gel Perché esiste
la scuola?
Perché a tanti bambini "sfugge" il senso della scuola?
A scuola i bambini incontrano unistituzione che, per ragioni strettamente
funzionali alla sua organizzazione interna, gli presenta una rappresentazione
della conoscenza del mondo caratterizzata dalla frammentazione e dalla
divisione. Divisione del corpo dalla mente, della ragione dallemozione,
della conoscenza dallesperienza dei sensi. "Ci insegnano, a partire
dalle scuole elementari ha scritto di recente Morin - a isolare
gli oggetti (dal loro ambiente), a separare le discipline (piuttosto
che a riconoscere le loro solidarietà), a disgiungere i problemi,
piuttosto che a collegare e a integrare, a separare ciò che è
legato, a eliminare tutto ciò che apporta disordini o contraddizioni
nel nostro intelletto"1.
E sufficiente ripensare al nostro 6° anno di vita, e poi
al11°, al 14°, vale a dire agli anni che hanno coinciso
allincontro prima e al passaggio poi da un ciclo scolastico al
successivo. Che considerazione hanno ricevuto in quei momenti cruciali
le nostre storie di vita, quelle storie che inevitabilmente abbiamo
portato allincontro con il sapere specifico dei curricoli delle
materie scolastiche? Tra il sapere della vita e quello della scuola
è stato un incontro o uno scontro? Quali occasioni ci sono state
offerte per divenire consapevoli delle vicissitudini che lintreccio
fra il vissuto personale e quello scolastico comporta? A chi di noi
e come è stato chiesto di interrogarsi e auto-riflettere sui
processi esistenziali che ci avevano condotti a essere e sapere ciò
che allora eravamo e sapevamo? Se, come credo, la maggior parte delle
nostre risposte a queste domande sono rimaste senza risposta, non si
può che giungere alla conclusione che la scuola è stata
per noi il luogo formativo per eccellenza della rimozione e della normalizzazione
delle storie di vita.
Così non può sorprendere se, chiedendo a un bambino -
ma anche a uno un po più grandicello - perché
litaliano, la matematica, leducazione artistica o musicale
con buona probabilità la risposta sarà: perché
serve a scrivere e leggere, a fare di conto, a disegnare, a suonare
e assai raramente la consapevolezza che tutto ciò consente lesprimersi,
il comunicare, il conoscersi in forme tanto differenti quanto interconnesse.
La decontestualizzazione delle discipline, la loro assolutizzazione
quasi che preesistessero ai saperi (fenomeno precoce che vede infine
il suo apogeo nella configurazione per cattedre dellinsegnamento
universitario) trova conferma in un insieme di procedure metodologiche
fatte proprie da una prassi consolidata nella scuola. E il caso
della programmazione di materia che ogni insegnante non fossaltro
perché costretto predispone ex-novo allinizio
di ogni nuovo anno (più avanti negli anni, modificando a volte
solo il riferimento allanno scolastico). Dalla programmazione
si è chiamati a individuare con largo anticipo, prima ancora
di aver stabilito un rapporto personale con i soggetti destinatari,
una sequenza lineare di azioni in vista di prestabiliti obiettivi curricolari.
Azioni che si dimostrano presto nella maggioranza dei casi inadeguate,
in quanto efficaci in condizioni esterne stabili che per definizione
non attengono al farsi delle relazioni, ancor più se di natura
educativa. "Tutto il nostro insegnamento tende al programma, mentre
la vita suggerisce Morin - ci chiede strategia e, se possibile,
anche serendipità e arte. E proprio un ribaltamento che
si dovrà attuare per prepararci ai tempi dellincertezza"2.
Questo ribaltamento a me sembra debba innanzitutto investire la consolidata
tendenza della scuola a separare le cosiddette attività relazionali
dalle tradizionali attività curricolari. Occorre interrogarsi,
per cominciare, sullopportunità di continuare a ritenere
e praticare la "conoscenza di sé" come qualcosa
a cui dedicare unattenzione attiva in fase davvio e di accoglienza
quale semplice precondizione per poi affrontare le cose serie costituite
dallo "zoccolo duro" dei saperi disciplinari.
Anche perché i saperi nella attuale organizzazione della scuola
stanno palesando tutta la loro inadeguatezza ad essere trasmessi e incorporati,
rimanendo perlopiù nei libri di testo portati dai rappresentanti
delle case editrici, sempre più "piuma" nella carta quanto incapaci
di motivare il dialogo delle nuove generazioni con la conoscenza.
Si fa un gran parlare della necessità di snellire i contenuti,
ma un semplice "taglio" delle informazioni rischia solo di contrarre
i programmi ed ampliare la frustazione degli insegnanti, senza realmente
rispondere ai cambiamenti culturali in atto nella realtà esterna
alla scuola. Commissioni ministeriali di "saggi" lavorano da tempo sulla
revisione dei saperi, dispositivo su cui si giocherà molto del
futuro della riforma della scuola, ma le indicazioni fin qui emerse
appaiono sinceramente ancora troppo generiche, difficilmente traducibili
sul piano della praticabilità didattica.
Comunque evolva il gioco al vertice, credo sia importante non dimenticare
che qualunque contenuto disciplinare prende senso dentro una relazione,
poiché la questione dellinsegnare non è tanto quali
informazioni trasmettere bensì come trasformare le informazioni
in conoscenza.
Raffaele Simone, in un suo recente saggio3, ha in tal senso
parlato di tre fasi nellapprendimento della conoscenza umana:
noi ben conosciamo le prime due, quella dominata dalla scrittura e la
seconda caratterizzata dalla stampa. Su queste due modalità funziona
ancora la nostra scuola, applicando più o meno consapevolmente
un modello cognitivo che considera la mente e i suoi apprendimenti in
base alla dinamica stimolo-risposta. Poco sappiamo della terza fase
- a cui allude Simone - che pure ci sta quotidianamente di fronte, nelle
menti e nei corpi dei nostri giovani studenti. Poco sappiamo, e probabilmente
anche loro, di come apprendono, quali attività simboliche prediligono,
quali linguaggi e strategie utilizzano per attribuire significati al
mondo e dunque a se stessi. Non lo sappiamo già solo per la semplice
ragione che rare sono nella scuola le occasioni per chiederselo insieme.
In questa direzione si muovono le esperienze didattiche impostate sui
paradigmi della metodologia autobiografica in educazione, che vanno
incontrando nella scuola in questi ultimi anni una crescente attenzione
e soprattutto una diffusa sperimentazione applicativa. Va maturando
la consapevolezza fra questi insegnanti di come, ben lungi dallessere
mera pratica di socializzazione, lapproccio autobiografico configuri
concrete occasioni di educabilità cognitiva, di rivitalizzazione
e contestualizzazione dei saperi.
Negli assunti del metodo, gli studenti vengono iniziati alle condizioni
di conoscere raccontandosi, di scoprire limportanza e limprescindibilità
di farlo insieme da un lato e, dallaltro, di ancorare alla propria
memoria la prefigurazione delle conoscenze; vuoi perché il pensiero
logico-scientifico, concettuale, solitario come sostiene Demetrio
"non è sufficiente a fornirci la sensazione di essere al e nel
mondo: sono le domande degli altri, è la loro voglia di stare
a sentirci, di interessarsi a noi a produrre un evento mentale, a far
riguadagnare quel narcisismo primario disperso o mai nato"4;
vuoi perché, a differenza di quanto diffusamente si ritiene,
"noi sperimentiamo il mondo perché lo comprendiamo in certi modi
e non viceversa: il significato non viene dopo il fatto, poiché
lesperienza è già uninterpretazione e noi
agiamo in funzione delle nostre interpretazioni o spiegazioni"5.
Lautobiografia nella scuola intende:
* creare occasioni per sviluppare nei ragazzi (tutti) momenti di consapevolezza
e autostima rispetto alla loro identità (di studenti, di "esseri
pensanti"), favorendo lespressione a scopo orientativo di interessi,
punti di vista, propensioni e bisogni di apprendimento personali
* abituarli a prendere la parola, ad ascoltarsi e ad ascoltare gli altri
a metariflettere sul rapporto che sentono di avere
con il sapere scolastico e con altre forme di sapere, sui personali
modi di ricordare, capire, imparare: collegando il pensiero alle emozioni,
il vissuto scolastico a quello soggettivo
* costruire insieme una modalità comunicativa circolare per imparare
ad affrontare le questioni emergenti della classe, la gestione dei conflitti,
lintegrazione delle differenze soggettive, scoprendo nel gruppo
unoccasione di rispecchiamento e di intercambiabilità della
leadership
* sperimentare la possibilità di "dirsi" attraverso codici
linguistici diversi trasformati da obiettivi da perseguire negli specifici
curricoli - quali sono considerati nellattuale organizzazione
dei saperi scolastici - in strumenti polisemici per comunicare e comunicarsi
in maniera più ricca e accessibile.
Lavorare
in prospettiva autobiografica modifica significativamente la dimensione
dello sguardo e dellascolto, la percezione del compito formativo.
Si scopre tra laltro quanto - come ammoniva Roland Barthes - "A
forza di guardare (parlare, spiegare
) si tenda a dimenticare che
si è guardati". Ciò appare tanto più vero quando
lesperienza autobiografica vede linsegnante vis-a-vis
con un ragazzo - come si sta sperimentando da alcuni anni in diverse
scuole grazie alla presenza di progetti tutoriali - per alimentare di
senso il suo percorso di apprendimento: le parole di sé su di
sé del ragazzo costringono linsegnante-autobiografo a ricercare
una "postura pedagogica" fatta di rispecchiamento e testimonianza, a
dover parlare senza poter nascondersi dietro un sapere. La testimonianza
autobiografica (dello studente) svela il testimone (linsegnante)
e trasforma la relazione. In tutto questo non cè nulla
di psicologico in senso stretto: non cè interpretazione,
diagnosi, cura. Semmai la scoperta che dietro ogni sapere cè
una storia alla quale difficilmente potrò criticamente accedere,
verso cui facilmente mi demotiverò, senza la possibilità
di accorgermi del sapere che cè in quella storia che è
la mia.
Se dunque la cura dellambiente educativo tende a essere ancora
insufficientemente considerata nella prassi trasmissiva tradizionale
(lo schema delle aule si perpetua perlopiù invariato, la campanella
continua a strillare ossessivamente ad ogni ora, mentre persiste la
convinzione che si possa insegnare solo attraverso la parola), nella
prospettiva autobiografica lattenzione per il setting assume
per una valenza preponderante. Le possibilità narrative sono
fortemente legate alle scelte procedurali: compiti individuali, ad esempio,
accentueranno la componente prevalentemente introspettiva, a coppie
saranno la mutua interrogazione, lempatia e la riflessione a giovarne
maggiormente, nelle esercitazioni in cui coinvolto sarà tutto
il gruppo emergeranno con più evidenza le differenze, la reciprocità
del controllo e la moltiplicazione delle attribuzioni di significato
Una metafora eccellente per linsegnante-autobiografo è
certamente quella del "regista", condizione che evoca il teatro, con
cui non a caso il mondo delleducazione da sempre intrattiene un
fertile rapporto. Del resto che altro non è il teatro se non
invito allo spettatore ad apprendere quando gli si mostra sulla scena,
ritrovandolo e replicandolo in sé?
Laula dunque come palcoscenico con i suoi spazi e tempi per lazione
narrativa, le sue luci e le ombre, le quinte, il proscenio, il pubblico.
Laula come intreccio di linguaggi, occasione per affrontare quella
frammentazione e divisione dei saperi da cui siamo partiti in questa
breve riflessione.
Non a caso la ricerca autobiografica nella scuola si sta confrontando
con il bisogno di dare vita a un altro "luogo"6, poiché
è inimmaginabile che mentre tutto si appresta a cambiare nella
scuola, lo scenario continui a essere quello di unaula organizzata
secondo rigide fila di banchi e sedie ossequiosamente orientati verso
la cattedra, unaula di mezzi busti.
Per sua natura, la consapevolezza autobiografica non può che
soffrire di questa menomazione. Nella globalità del suo porsi
di fronte al processo educativo, la storia della mente dello studente
rinvia a un corpo. I bisogni espressivi dei giovani non possono prescindere
da esso e dai suoi codici poiché è dagli evidenti cambiamenti
del corpo di quel tempo della vita che originano disagi e peculiarità.
Non di rado le difficoltà di apprendimento o di motivazione alla
partecipazione scolastica si strutturano intorno a una mancata risposta
ai messaggi del corpo, a una scarsa sensibilità e competenza
verso quei "canali" che non si riconducono alle classiche categorie
delle logiche linguistica e matematica. Nel lavoro didattico con bambini
e ragazzi puntualmente verifichiamo il bisogno di attivare linguaggi
più coinvolgenti, capaci di dare alla parola - alla quale non
vogliamo (e non possiamo) certo rinunciare - quello spessore in grado
di renderla effettivamente comunicativa.
Imparare non tanto a far funzionare le qualità espressive peculiari
dei vari canali (compito a cui già sono delegate specifiche materie
scolastiche), quanto a trasferire contenuti di sé da un canale
allaltro libera risorse aggiuntive per aiutare a liberare
e rilasciare processi di auto-riflessività altrimenti compromessi.
Tutto questo si traduce nella disponibilità di contesti dove
sia possibile che percezioni, sensazioni, immagini, emozioni, rappresentazioni
vengano ri-raccontate, ad esempio, per il tramite di un disegno, di
una forma generata dalla creta, dellimmaginazione attiva, di un
ascolto musicale guidato, di un grande collage, di una danza collettiva,
attraverso giochi di ruolo, improvvisazioni teatrali, drammatizzazioni,
simulazioni, nel contatto con il corpo...
Le conoscenze intorno al corpo e alla mente che quotidianamente si trasmettono
a scuola riguardano perlopiù un corpo e una mente resi da subito
oggetti: occorre ritrovare il modo di mettere in scena il corpo
e la mente viventi, soggettivi.
Quando la bambina e il bambino sentono parlare del funzionamento del
pensiero è inevitabile che pensino al loro pensiero: avvertono
la necessità di conoscerlo per non esserne travolti, di sapere
per nominare e dare senso a ciò che provano. Senza una didattica
coinvolgente, capace di metterli nelle condizioni di sperimentare la
qualità interna dellattenzione, dellascolto,
della concentrazione, del silenzio , il richiamo costante
a queste dimensioni rischia di cadere nel vuoto, o nellassenso
prescrittivo.
Una didattica, occorre infine precisare, che niente ha a che vedere
col luogo comune che reclama una scuola al passo coi tempi, impegnata
a fornire continui stimoli, schiacciata sullimprobabile compito
di inseguire la realtà. Inutile nascondersi le difficoltà
di cui è disseminato un itinerario pedagogico come quello accennato
in queste pagine; niente più delle qualità anzidette appare
lontano dal modo di vivere delle attuali generazioni. Ma la perdita
della memoria, la frammentazione e la contrazione del tempo vissuto,
lincapacità di dare significato e valore alle esperienze
si alimentano, forse, proprio di tale lontananza.
* Ivano Gamelli, insegnante
e pedagogista, collaboratore alle attività didattiche e di ricerca
della cattedra di Educazione degli Adulti, Università di Milano-Bicocca.
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